Joker - Recensione
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Joker – Recensione

La recensione contiene spoiler sul film!

Joker – Recensione

Disseminate una manciata di pezzi di puzzle su di una superficie bianca, poi cominciate ad incastrarli insieme per formare l’immagine di un pagliaccio. Ora gettatevi sopra un po’ di colore rosso. Ecco, questo è il film del Joker.

Il colore rosso che sporca la tela bianca, spruzzato sopra in maniera grossolana, è l’ultimo ritocco al trucco da pagliaccio che non è per davvero. La maschera che Arthur si dipinge addosso deriva più da un inganno della società, dalle parole che gli ha sempre detto sua madre, non da se stesso. Anche se ha sempre voluto far ridere la gente, un po’ perché gli piaceva l’idea di sua madre ed un po’ perché non voleva fare sentire tristi gli altri come si sentiva invece lui, Arthur non ha mai voluto cucirsi addosso queste vesti. Il suo travestimento arriva solo nella parte finale della pellicola, infatti, quando la trasformazione nel Joker che tutti conosciamo diventa completa.

In sintesi, questo non è qualcosa a cui lui pianifica di arrivare sin dall’inizio, ma a cui viene portato piano piano dagli avvenimenti e, solo alla fine, dalla propria volontà. Ricordatevi di questo, mentre entriamo nel vivo della recensione.

Joker – Recensione

Tassello numero uno: Basta una sola giornata storta

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Arthur Fleck

Il problema non è una sola giornata storta, ma una vita intera. Il concetto – già presente in The Killing Joke, storia a fumetti scritta da Alan Moore in cui Joker cerca di spiegare al commissario Gordon che tutti possono diventare pazzi come lui, basta solo una brutta giornata – viene esasperato nel film: Arthur vive da solo in un appartamento con la madre malata, egli stesso ha un disturbo per cui scoppia a ridere nei momenti di tensione, cerca di tenersi un lavoro in cui i suoi collaboratori lo motteggiano, viene ripetutamente preso di mira da ragazzini che lo picchiano solo perché considerato diverso. Già durante il Festival delle Serie TV si era parlato di rompere gli stereotipi e di rappresentare sullo schermo personaggi che possiamo incontrare anche nella vita reale, quindi persone in carne ed ossa, idea che ritroviamo anche qui.

La persona che ci troviamo di fronte all’inizio non è quella che vediamo alla fine. La crescita del disagio del personaggio avviene attraverso vari passaggi, fino a raggiungere l’apice nella scena in cui scopre il passato della madre (scena commovente, a mio parere) e di conseguenza il proprio. Da lì, comincia la vera discesa verso l’oblio.

Tassello numero due: una società che non aiuta

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Arthur Fleck

Non si può non provare pena per questo personaggio, credo sia impossibile, perlomeno all’inizio, ovviamente. Il punto è che Arthur cerca di comportarsi bene e di essere gentile, di far ridere la gente anche se lui è infinitamente triste (Sono soltanto negativi i miei pensieri), ma è anche malato e ha bisogno d’aiuto. Ora, mettendo insieme il fatto che venga trattato male ogni giorno, che debba fingere di stare bene anche quando ha una malattia mentale (lo scrive egli stesso nel proprio diario), possiamo capire il motivo per cui perde le staffe alla fine. Questa non è una giustificazione per le sue azioni, ma è una spiegazione, che è differente.

Tassello numero tre: la maschera

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Arthur Fleck

Arthur arriva ad un punto in cui la maschera non è più una maschera, ma una parte di lui. È il suo volto, non un trucco. Ormai la trasformazione è quasi completa. Il punto di non ritorno è quello in cui uccide le sue prime vittime per una pura casualità. Fateci caso: non prova alcun tipo di rimorso per questi assassinii, nessun tipo di pentimento. Questa mancanza lo porterà in seguito ad uccidere con più facilità e brutalità. All’inizio usa i balletti per calmarsi, poi diventano uno sfogo di vittoria. Già da ogni piccolo, singolo cambiamento dei suoi atteggiamenti si possono vedere cambiare le sfumature del personaggio.

Tassello numero 4: la grande illusione

Arthur Fleck

Non provando sentimenti, si costruisce quindi anche un’idea di amore, un’illusione che lo fa andare avanti. Chiede agli altri amore ed empatia, quando è il primo a non farlo. Diventa un criminale per scelta, ma non se ne rende conto e scarica la colpa sugli altri. Il punto è che la colpa è sia della società che non ha saputo aiutarlo sia sua, che ha voluto scegliere la strada peggiore per impartire una lezione: quella buia.

Una giornata storta è solo una giornata storta, non un motivo per diventare malvagi. Se ci fate caso, l’unico che sembra aver capito questo messaggio è il collaboratore più basso di Arthur, un altro emarginato come lui, l’unico che lo tratta con gentilezza (lasciando da parte la madre, che ha questo ruolo ed è malata). Questo ci dimostra che si può scegliere un’altra strada.

Tassello numero 5: Joker

Joker

Alla fine, le tessere cadono l’una sull’altra come nel gioco del Domino ed Arthur, che ormai non è più Arthur ma Joker, esplode.

Lo spettatore sa bene come i tratti di Arthur fossero solo anticipazione di ciò che avremmo ritrovato, trasfigurato, nel personaggio che era destinato a diventare, e nel finale c’è tutto: il trucco da pagliaccio, i capelli verdi, i vestiti eleganti. Joker si rivela al programma di Murray, al quale è stato invitato solo perché le persone potessero prendersi gioco di lui una volta di più. È qui che l’intreccio si scioglie e vengono a galla le grandi verità che vuole mostrarci: non bastava una parola gentile, come disse a Wayne, per aiutarlo? Un motteggio in meno? Delle medicine? Qualcuno che si prendesse cura di lui? Forse si sarebbe potuto impedire tutto questo, ma ormai è troppo tardi e Joker è diventato il simbolo degli emarginati, del ceto sociale più basso, che vogliono invece spodestare i ricchi dal proprio piedistallo – ed è in mezzo a tutto questo trambusto che nasce Batman.

Joker – Recensione

Joker – Recensione

Infine, vorrei spendere due parole sull’interpretazione di Joaquin Phoenix: personalmente sono molto affezionata al Joker interpretato da Heath Ledger, perché credo sia stato uno dei migliori – un connubio perfetto fra un pazzo ed un criminale, che però è un personaggio a tutto tondo, perché si riesce benissimo a vedere, sotto il trucco che si scioglie sul volto, l’uomo -, ma ho trovato Phoenix perfetto per la parte. Quello che più mi ha colpita dell’attore è stato la fisicità del personaggio, il cercare di far capire allo spettatore ogni cosa attraverso l’uso del corpo o dello sguardo. È bastato solo questo per far arrivare la personalità del Joker (vedi i balletti, le gambe che tremano), tanto che, se ci fate caso, nel film non parla poi così tanto.

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Ora, il messaggio del film è quello di trattare della società in cui viviamo (Ogni Storia è Storia contemporanea per Croce) attraverso l’immagine di una inventata e più lontana dalla nostra nel tempo, poiché è ambientata nei fittizi anni ’70/’80. Se siete usciti dalla sala – come me – ponendovi delle domande, riflettendo su questi avvenimenti e sul modo in cui sono trattate le persone strane e diverse dalla nostra società, sul modo in cui noi stessi ci poniamo nei loro confronti, allora la pellicola avrà raggiunto l’effetto sperato.

Erica

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Scrittrice, serializzata e lettrice accanita.