Quante volte ci è capitato di sentir dire: “È vero, l’ho letto su Facebook”?
Una frase che potrebbe sembrare quasi la parodia di un certo modo di utilizzare i social network e che, invece, racconta molto bene una realtà con la quale conviviamo ormai quotidianamente. Nel 2018, il 43% degli adulti statunitensi dichiarava di utilizzare Facebook per informarsi almeno occasionalmente. Un dato che The Social – Il prezzo della verità ci ricorda sul finale e che assume un peso ancora maggiore dopo aver scoperto cosa può esserci dietro ciò che compare sul nostro feed.
Aaron Sorkin torna nell’universo di Facebook raccontando questa volta la storia di Frances Haugen (Mikey Madison), ex dipendente dell’azienda che nel 2021 consegnò migliaia di documenti interni al giornalista del Wall Street Journal Jeff Horwitz (Jeremy Allen White), dando origine all’inchiesta conosciuta come Facebook Files.
Eppure The Social – Il prezzo della verità non si limita a raccontarci quali documenti siano stati scoperti o cosa sia accaduto all’interno dell’azienda. Ed è probabilmente proprio qui che si trova uno dei maggiori punti di forza del film.
Una storia che conosciamo molto meglio di quanto pensiamo
Parte della vicenda ci riporta agli anni della pandemia, quando la disinformazione sui social ha raggiunto livelli che abbiamo potuto osservare direttamente.
Teorie che collegavano il Covid al 5G, persone convinte che il virus non esistesse, mascherine trasformate nel simbolo di un presunto “gregge”: basta aver utilizzato Facebook in quegli anni per ricordare quanto rapidamente contenuti di questo genere riuscissero a circolare tra gli utenti.
Ed è proprio questo a rendere The Social – Il prezzo della verità così efficace. Non abbiamo bisogno di conoscere Frances Haugen o di aver seguito l’inchiesta del Wall Street Journal per comprendere ciò che stiamo guardando: è sufficiente pensare alla nostra esperienza sulla piattaforma.
Probabilmente ognuno di noi si è ritrovato almeno una volta tra i propri contatti qualcuno disposto a condividere una teoria improbabile come una verità assoluta. Ancora oggi basta aprire i commenti sotto un qualsiasi post pubblico per trovare spesso aggressività, polarizzazione e convinzioni che sembrano completamente scollegate dalla realtà.
Il fenomeno del terrapiattismo ne è un esempio, seppur esterno al film. Non è nato su Facebook e sarebbe scorretto attribuire alla piattaforma la sua origine, ma la sua rinascita nell’era digitale dimostra quanto i social siano stati capaci di dare nuova forza a idee che sembravano ormai relegate ai margini. A scuola impariamo che la Terra è sferica e, contemporaneamente, online possono nascere comunità nelle quali la convinzione opposta viene continuamente confermata e trova terreno fertile negli altri utenti, andando ad ampliarla.
È esattamente il cortocircuito sul quale The Social ci invita a riflettere: quando vediamo abbastanza volte qualcosa sul nostro feed, quanto diventa difficile separare ciò che ci viene mostrato da ciò che è realmente vero?
Quando la rabbia diventa engagement
Uno degli aspetti più interessanti affrontati dal film riguarda proprio l’evoluzione dell’algoritmo di Facebook.
Nel 2018 la piattaforma modificò il News Feed con l’obiettivo dichiarato di favorire quelle che definiva “interazioni sociali significative”, dando maggiore peso a elementi come commenti, reazioni e condivisioni.
Ma non tutte le interazioni nascono da emozioni positive.
Un contenuto che ci indigna, ci fa arrabbiare o ci spinge a rispondere genera comunque engagement. Ed è qui che il meccanismo raccontato dal film diventa particolarmente inquietante: la rabbia riesce a tenerci sulla piattaforma esattamente come qualsiasi altra emozione, se non più a lungo.
Guardando The Social è stato impossibile per me non pensare a qualcosa che noto quotidianamente utilizzando diverse piattaforme.
Nella mia esperienza da utente, la differenza tra i commenti che incontro su Facebook e quelli che trovo, ad esempio, su TikTok è spesso evidente. Mi è capitato più volte di vedere contenuti identici generare conversazioni completamente differenti: su Facebook persino argomenti apparentemente innocui riescono talvolta a trasformarsi in spazi dominati da aggressività e commenti negativi.
Non si tratta naturalmente di una regola valida per ogni contenuto o per ogni utente. Eppure questa percezione trova riscontro anche in alcune ricerche comparative: uno studio italiano condotto sui commenti relativi al caso Rosa Chemical durante Sanremo 2023 ha rilevato, nel campione analizzato, una presenza di hate speech sensibilmente maggiore su Facebook rispetto a TikTok.
Le due piattaforme funzionano in maniera profondamente diversa, ma condividono un obiettivo fondamentale: farci restare al loro interno il più a lungo possibile.
Ed è forse proprio questo che The Social riesce a farci osservare da una prospettiva differente.
Un’inchiesta che non diventa mai una lezione
Con una storia costruita intorno a documenti, algoritmi, dati e un’inchiesta giornalistica, il rischio di realizzare un film eccessivamente didascalico era piuttosto alto.
Sorkin riesce invece a evitarlo.
The Social – Il prezzo della verità mantiene un ottimo ritmo e riesce a essere a tratti sorprendentemente leggero senza mai sminuire il peso di ciò che racconta. Ci sono momenti capaci di strappare un sorriso e altri che hanno provocato vere e proprie risate in sala, spezzando il peso delle informazioni e impedendo alla narrazione di trasformarsi in una semplice successione di dati, analisi e documenti.
A contribuire sono soprattutto Mikey Madison e Jeremy Allen White.
Nei panni di Frances Haugen e Jeff Horwitz, i due offrono interpretazioni convincenti, ma è soprattutto la chimica che si crea tra loro a funzionare. Il loro rapporto diventa uno dei motori del film e permette alla componente più umana della vicenda di procedere insieme all’inchiesta, mantenendo vivo l’interesse anche quando la narrazione entra maggiormente nei meccanismi interni di Facebook.
Jeremy Strong e il volto di Mark Zuckerberg
Più defilato, ma inevitabilmente centrale per tutto ciò che viene raccontato, è Mark Zuckerberg, interpretato da Jeremy Strong.
L’attore restituisce un personaggio che appare quasi privo di scrupoli, concentrato sui numeri, sulla crescita e sul profitto e capace, almeno inizialmente, di tenere a distanza le conseguenze concrete delle decisioni prese all’interno dell’azienda.
Strong funziona particolarmente bene proprio in questa freddezza. E se il film dedica maggiore spazio alla vicenda di Haugen e Horwitz, arriva comunque il momento in cui anche il suo Zuckerberg viene messo davanti alla realtà e non può più limitarsi a ignorarne le conseguenze.
È un ruolo meno centrale emotivamente rispetto agli altri due, ma fondamentale per comprendere il sistema contro il quale si muovono.
Ed è difficile non pensare a ciò che sarebbe accaduto pochissimo tempo dopo gli eventi raccontati: nell’ottobre 2021, nel pieno della tempesta generata dalle rivelazioni di Haugen, Facebook annunciò che la società avrebbe assunto il nome Meta. Ufficialmente Zuckerberg presentò il cambiamento come l’inizio di una nuova fase concentrata sul metaverso; la vicinanza temporale con una delle più grandi crisi reputazionali dell’azienda alimentò però inevitabilmente anche interpretazioni molto meno benevole del rebranding.
Facebook, come piattaforma, avrebbe invece mantenuto il proprio nome.
Una storia del 2021 che sembra raccontare il presente
È forse questo l’aspetto che più mi ha colpito di The Social – Il prezzo della verità.
Sappiamo che gli eventi raccontati appartengono al passato. I Facebook Files risalgono al 2021 e anche la pandemia che fa da sfondo a parte della vicenda sembra ormai appartenere a un’altra fase delle nostre vite.
Eppure il film non dà quasi mai la sensazione di raccontare qualcosa che abbiamo realmente lasciato alle nostre spalle.
Perché, in effetti, non lo abbiamo fatto.
The Social non vuole soltanto raccontarci come funzionasse Facebook o quali informazioni fossero contenute nei documenti portati alla luce da Haugen. Fin dall’inizio ci mette davanti alle conseguenze che ciò che accade dietro uno schermo può avere sulla vita reale.
E lo fa soprattutto quando sposta lo sguardo sugli utenti più vulnerabili e sui più giovani, mostrando quanto possa essere sottile il confine tra utilizzare un social network ed esserne influenzati.
Nello scroll quotidiano è facile dimenticare che ciò che vediamo non è una rappresentazione neutrale della realtà. È una selezione. E quella selezione dipende da sistemi costruiti anche per capire cosa riesce a catturare maggiormente la nostra attenzione.
Il risultato è una riflessione che va ben oltre Facebook e riguarda il nostro rapporto con i social media in generale: quanto siamo realmente consapevoli del modo in cui ciò che vediamo ogni giorno può modificare la nostra percezione del mondo?
The Social – Il prezzo della verità: perché vale la pena vederlo
The Social – Il prezzo della verità funziona perché non pretende semplicemente di raccontare uno scandalo.
Aaron Sorkin parte dalla storia vera di Frances Haugen e dei Facebook Files per parlare di qualcosa con cui continuiamo a confrontarci ogni giorno: il rapporto sempre più difficile tra ciò che vediamo sui social e ciò che consideriamo reale.
Lo fa attraverso una narrazione scorrevole, tre ottime interpretazioni e una leggerezza inaspettata che permette al film di affrontare argomenti complessi senza trasformarsi mai in una lunga esposizione di dati.
Ed è un film che, paradossalmente, dovrebbe vedere soprattutto chi ancora oggi considera una notizia attendibile semplicemente perché “l’ha letta su Facebook”.
Perché una volta scoperto almeno in parte cosa può determinare ciò che compare davanti ai nostri occhi ogni volta che apriamo un social, forse la domanda da farci non è soltanto “è vero quello che sto leggendo?”.
Ma anche: “perché mi stanno mostrando proprio questo?”
Scritto da Veronica Massaroni
