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Clayface, recensione: il primo horror DC non ha paura di osare

Clayface, recensione: il primo horror DC non ha paura di osare

Clayface è uno di quei film che, una volta usciti dalla sala, hanno bisogno di essere digeriti. Non è facile mettere subito in ordine le sensazioni che lascia, soprattutto perché il rapporto che si sviluppa con il protagonista cambia continuamente nel corso della storia.

Diretto da James Watkins, Clayface è il primo film horror dei DC Studios guidati da James Gunn e Peter Safran e, personalmente, l’ho preferito a diversi titoli DC usciti negli ultimi anni. È un buon film, che non ha paura di osare e di spingersi oltre, anche quando questo significa mettere a disagio lo spettatore.

Clayface: un body horror che non risparmia lo spettatore

Quando James Watkins parla di body horror, non scherza.

Clayface presenta scene cruente e disturbanti, tra ferite, operazioni, violenza e trasformazioni fisiche che in alcuni momenti costringono quasi a distogliere lo sguardo. E lo dico da persona che non è particolarmente impressionabile davanti alle scene violente al cinema.

Eppure, in più di un’occasione, mi sono ritrovata a storcere il naso o a guardare altrove. Alcune sequenze sono così realistiche che sembra quasi di provare fisicamente il dolore del protagonista.

Ho apprezzato molto il lavoro sugli effetti speciali, a partire dal trucco prostetico, che permette di seguire le numerose trasformazioni di Matt Hagen, interpretato da Tom Rhys Harries. Per il personaggio sono state realizzate circa 18 differenti fasi di trasformazione.

Anche la CGI funziona molto bene, soprattutto considerando quanto spesso il corpo e il volto del protagonista cambino nel corso del film. Alcune delle scene più violente sono tanto fantasiose quanto inquietantemente cruente.

Matt Hagen: quando una vittima diventa un villain

Chi conosce Clayface attraverso i fumetti di Batman potrebbe trovare alcune differenze rispetto alle sue origini.

Il film sceglie Matt Hagen, nome della seconda incarnazione del personaggio nei fumetti DC, ma riprende diversi elementi della versione apparsa in Batman: The Animated Series, dove Hagen è un attore che acquisisce i propri poteri dopo aver fatto ricorso a un trattamento sperimentale.

Nel film di Watkins, Matt è un giovane attore con un futuro luminoso davanti. Ha lavorato duramente per raggiungere il successo e, quando lo incontriamo, sembra avere tutto ciò che desidera.

Ma a volte la felicità può renderci ciechi, al punto da non farci riconoscere le conseguenze delle nostre scelte. E alcune decisioni stupide, la mattina dopo, possono avere conseguenze terribili. Soprattutto se vivi a Gotham City.

La cosa che ho trovato interessante è che Matt non ci viene presentato come un supercriminale. E, soprattutto, non è soltanto quello che gli accade a trasformarlo in un villain.

C’è la rabbia, certo, ma anche il desiderio di riprendersi ciò che ha costruito con fatica, il dolore per quello che ha perso e la delusione di scoprire quanto sia corrotto il sistema di cui fa parte. A tutto questo si aggiunge la scienza e l’intelligenza artificiale.

L’intelligenza artificiale e la perdita dell’identità

Uno degli aspetti che ho trovato più interessanti è proprio l’introduzione dell’intelligenza artificiale.

Nel film, l’IA guida le nanocellule utilizzate per il trattamento di Matt, permettendo loro di agire autonomamente. È un dettaglio che mi ha fatto pensare a quanto spazio l’intelligenza artificiale stia occupando nella nostra quotidianità e a quante attività ormai le affidiamo quasi automaticamente.

Man mano che il suo corpo cambia, Matt sembra perdere anche sé stesso. Il suo volto si modifica, assume le sembianze di ciò che vede, quasi fosse uno specchio delle persone che ha davanti.

E, in un certo senso, anche lui finisce per cambiare in base a ciò che lo circonda.

Mi sono chiesta se, in una società così profondamente corrotta come quella di Gotham, questa trasformazione fosse davvero inevitabile.

Matt e Caitlyn: un rapporto difficile da comprendere

Un altro elemento importante è il rapporto tra Matt e Caitlyn Corr, la dottoressa interpretata da Naomi Ackie.

Ammetto che il loro legame mi abbia lasciata piuttosto confusa, soprattutto per quello che accade nel finale.

Tra i due nasce qualcosa di difficile da definire. C’è attrazione, ma anche una componente morbosa, alimentata dalle loro ambizioni e dalla necessità reciproca di ottenere qualcosa.

Il rapporto continua a trasformarsi, proprio come le nanocellule che Caitlyn ha iniettato nel corpo di Matt. Ed entrambi sembrano perdere progressivamente il controllo della situazione.

Senza entrare nei dettagli per evitare spoiler, devo ammettere che il finale mi ha lasciata con davvero tante domande e sentimenti contrastanti. Continuo a interrogarmi sulle scelte dei due protagonisti e su ciò che li lega realmente. Non sono ancora sicura di aver trovato una risposta.

Ho apprezzato le interpretazioni dei due protagonisti, in particolare quella di Tom Rhys Harries, che riesce a rendere Matt un personaggio verso il quale è difficile mantenere un sentimento preciso.

All’inizio provi dispiacere per quello che gli è accaduto. Poi inizi a inorridire davanti alle sue azioni, fino ad arrivare a un punto in cui non sai più bene cosa provare.

Gotham City e quel collegamento con l’universo DC che mi è mancato

Nel complesso, ho apprezzato molto anche l’ambientazione.

Gotham City è una città corrotta, cupa, in cui la criminalità sembra infiltrarsi ovunque. Eppure, proprio perché siamo a Gotham, mi sarebbe piaciuto trovare qualche collegamento in più con gli altri personaggi dell’universo DC.

Non parlo necessariamente di una presenza importante o di un personaggio che avrebbe dovuto rubare spazio alla storia di Matt. Sarebbe bastato anche un piccolo riferimento, un nome o un cameo.

Considerando gli eventi raccontati nel film e le conseguenze delle azioni del protagonista, mi sarei aspettata almeno un accenno a quel mondo di cui Clayface fa parte.

Magari qualcosa durante i titoli di coda, che lasciasse intravedere la possibilità di un incontro futuro.

Per me è stata un’occasione sprecata, anche se non ha compromesso il giudizio complessivo sul film.

Clayface: vale la pena vederlo?

Clayface mi è piaciuto. Ho apprezzato la storia, l’ambientazione, gli effetti speciali e soprattutto il coraggio di spingersi oltre, senza cercare di rendere meno disturbanti le trasformazioni e i crimini del protagonista.

La vendetta non è certamente un tema originale nel mondo dei supereroi e dei supercriminali, ma qui viene raccontata attraverso un personaggio che continua a cambiare, sia fisicamente sia psicologicamente, e con esso anche le nostre sensazioni e i nostri sentimenti nei suoi confronti.

Ho apprezzato anche il ritmo. Con una durata di un’ora e 48 minuti, il film dedica il giusto spazio alle diverse parti della storia, senza dilungarsi inutilmente o perdersi nel mezzo. Scorre bene e permette allo spettatore di seguire tutta la trasformazione di Matt.

Resta qualche perplessità, soprattutto sul rapporto tra i protagonisti, e continuo a pensare che un collegamento più evidente con l’universo DC avrebbe aggiunto qualcosa.

Ma sono uscita dalla sala soddisfatta, anche se con parecchie sensazioni contrastanti.

Clayface riesce a farti provare dispiacere per un personaggio e, poco dopo, a farti inorridire davanti a ciò che è diventato. E quando il film finisce, non è così semplice decidere da che parte stare.

Scritto da Veronica Massaroni

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