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It Ends, recensione: un viaggio senza fine che convince a metà

It Ends, recensione: un viaggio senza fine che convince a metà

A un certo punto, durante la visione di It Ends, mi sono ritrovata a chiedermi quanto mancasse alla fine del film. Ed è proprio questa la cosa più interessante dell’horror scritto e diretto da Alexander Ullom: la sensazione che ho provato potrebbe essere esattamente quella che il regista voleva trasmettere.

Ma andiamo con ordine.

It Ends, in uscita nei cinema italiani il 28 ottobre 2026, a ridosso della notte di Halloween, grazie a I Wonder Pictures, racconta la storia di quattro amici che, durante un viaggio notturno in macchina, imboccano accidentalmente una strada dalla quale sembra impossibile uscire.

Quella che doveva essere una semplice serata tra amici si trasforma così in un viaggio interminabile, durante il quale i protagonisti cercano disperatamente di capire cosa stia succedendo e, soprattutto, come tornare a casa.

La premessa è sicuramente interessante e offre parecchie possibilità di sviluppo. Eppure, una volta terminata la visione, mi sono ritrovata con una sensazione piuttosto contrastante, perché It Ends riesce a fare alcune cose molto bene, ma personalmente non mi ha convinta fino in fondo.

It Ends: un horror che promette qualcosa che non arriva mai

La prima parte del film è probabilmente quella che mi ha incuriosita di più.

Quattro ragazzi intrappolati su una strada apparentemente infinita, circondata da un bosco dal quale emergono misteriose persone che cercano disperatamente di raggiungere la macchina. Una situazione che lascia immaginare sviluppi inquietanti e che, almeno inizialmente, riesce a creare una buona tensione.

Anche la musica funziona bene, contribuendo ad alimentare quella sensazione costante che qualcosa stia per accadere. Ci sono momenti nei quali ci si prepara a un jumpscare, convinti che da un momento all’altro possa succedere qualcosa di terribile.

E invece niente. O quasi.

Le figure che inizialmente rappresentano una minaccia passano progressivamente in secondo piano e il film si concentra sempre di più sulle conversazioni tra i protagonisti e sul modo in cui cercano di affrontare una situazione apparentemente senza via d’uscita.

Ed è qui che mi sono chiesta quanto fosse appropriato presentare It Ends come un horror.

Gli elementi del genere ci sono, ma personalmente non l’ho trovato un film spaventoso. La tensione iniziale lascia spazio a un racconto decisamente più introspettivo, nel quale l’attesa diventa parte integrante dell’esperienza.

Una scelta che posso comprendere, soprattutto considerando il significato della storia, ma che mi ha lasciata con l’impressione che mancasse qualcosa per rendere la visione davvero coinvolgente.

Una strada senza fine e tante domande senza risposta

Un altro aspetto che mi ha colpita è che It Ends non offre praticamente nessuna risposta ai misteri che introduce.

Perché quelle persone cercano disperatamente di raggiungere la macchina? Cosa succede a chi decide di rimanere lungo la strada? Perché i protagonisti si ritrovano intrappolati proprio lì e quali sono le regole che governano quel luogo?

Non lo sappiamo.

E c’è anche un’altra questione piuttosto curiosa: i protagonisti sembrano non avere alcun bisogno fisiologico. Non devono mangiare, dormire e nemmeno andare in bagno.

Devo ammettere che, almeno da questo punto di vista, l’escamotage funziona perfettamente. D’altronde, considerando che inizialmente i ragazzi hanno appena 90 secondi a disposizione per fermarsi prima che gli sconosciuti sbuchino dal bosco, anche una semplice sosta in bagno sarebbe potuta diventare un bel problema. Figuriamoci trascorrere giorni, mesi e persino anni all’interno della stessa macchina!

Battute a parte, il film non si preoccupa di spiegare nemmeno questo aspetto, lasciando allo spettatore il compito di accettare una realtà che continua a sfuggire a qualsiasi logica.

Eppure, per quanto avrei voluto conoscere almeno alcune delle risposte, non credo che questa scelta rappresenti necessariamente un errore.

James, in particolare, trascorre tutto il viaggio cercando una spiegazione a ciò che sta vivendo, convinto che da qualche parte debba esserci una risposta. Lo spettatore finisce per fare esattamente la stessa cosa, aspettando che il mistero venga finalmente svelato.

Alla fine, però, entrambi rimangono senza una vera spiegazione di ciò che è accaduto.

È una conclusione coerente con il percorso raccontato da Ullom, anche se ammetto che mi ha lasciata con parecchie domande e una certa insoddisfazione.

Quando la frustrazione dei protagonisti diventa quella dello spettatore

Ed eccoci al punto che, secondo me, rende It Ends un film particolarmente difficile da giudicare.

Durante il viaggio, i quattro protagonisti passano dalla speranza di trovare una via d’uscita alla frustrazione di non riuscire a cambiare la propria situazione. I chilometri aumentano, la strada continua a essere sempre la stessa e, con il trascorrere del tempo, ciascuno di loro cerca un modo diverso per affrontare quella realtà.

Lo spettatore, intanto, si ritrova praticamente seduto sul sedile posteriore della Jeep, aspettando insieme a loro che finalmente accada qualcosa.

Se l’obiettivo di Alexander Ullom era farci sentire esattamente come i protagonisti, allora direi che il film riesce perfettamente nel suo intento. Forse persino troppo.

In un’intervista il regista ha raccontato di aver lavorato sul ritmo proprio per trasmettere al pubblico la sensazione di essere intrappolato in quella situazione, cercando però di non rendere la visione noiosa.

Ed è qui che, almeno per quanto mi riguarda, qualcosa non ha funzionato.

Perché sì, mi sono sentita intrappolata in quella macchina, ma a un certo punto ho cominciato davvero a chiedermi: Okay, ma quando finisce?

Esattamente la stessa domanda che si pongono anche i protagonisti.

E questo rende il mio giudizio inevitabilmente contrastante. Se l’intenzione era quella di trasmettere la loro frustrazione, Ullom ci è riuscito. Il problema è che aver provato le stesse sensazioni dei protagonisti non significa necessariamente aver apprezzato il viaggio.

Ci tengo a precisare che non credo che a It Ends manchi una trama, né che sia un brutto film. La storia ha un significato e trovo interessante l’idea di utilizzare una strada infinita per raccontare l’incertezza del futuro, il passaggio all’età adulta e la difficoltà di accettare ciò che non possiamo controllare.

Personalmente, però, avrei voluto qualcosa in più.

Sarebbe bastato inserire qualche elemento narrativo capace di ravvivare la trama, magari sfruttando maggiormente proprio quelle misteriose figure nel bosco oppure le automobili abbandonate che i protagonisti incontrano lungo il percorso.

Non avevo bisogno di continui jumpscare o di conoscere ogni dettaglio del mistero. Avrei semplicemente preferito che alcuni degli elementi già introdotti venissero utilizzati per dare un po’ più di movimento alla storia, senza rinunciare alla sua componente introspettiva.

Perché, per quanto abbia apprezzato la premessa, la musica e il significato che si nasconde dietro questo viaggio interminabile, a un certo punto ho sentito venir meno il mio coinvolgimento. E quando sono uscita dalla sala, non posso dire che il film mi avesse lasciato qualcosa di particolare.

Non me la sento di bocciarlo, perché riconosco che dietro It Ends ci sia un’idea interessante e una precisa intenzione narrativa. Allo stesso tempo, però, non posso dire che mi abbia conquistata.

Se l’obiettivo era farmi provare la stessa frustrazione dei protagonisti, il film ha funzionato benissimo. Ma questo, almeno per me, non è bastato a renderlo una visione davvero convincente.

Un’ottima intenzione, insomma, alla quale però credo sia mancato qualcosa.

Scritto da Veronica Massaroni

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